Quali sono i dialetti dell’italiano?

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Abbiamo già spiegato come la definizione di “dialetto, così come diffusa in ambito italiano, si presta a numerosi equivoci: infatti essa confonde il piano strettamente linguistico con quello sociologico. Nei fatti, vengono chiamati “dialetti” codici linguistici molto diversi tra loro:

  • le lingue neolatine d’Italia, con una storia, un’evoluzione e una struttura diversa da quella italiana;
  • le varianti antiche e moderne dell’italiano

Mentre le prime sono da considerare senza dubbio lingue autonome, si può usare il termine “dialetto” (nel senso stretto di varietà locale di una lingua) per le seconde.
Per chiarire ulteriormente il quadro, ecco una breve descrizione dei “dialetti dell’italiano”, che presenterò come se fossero suoi parenti stretti.


Dialetto fiorentino: il gemello dell’italiano

Non è un mistero che l’italiano (antico e moderno) sia legato in modo profondo al volgare fiorentino, che già dal Medioevo ebbe una ricca letteratura, che nel giro di qualche secolo divenne il modello letterario a cui si rifecero tutti i letterati della Penisola.

Possiamo dunque dire che italiano e fiorentino sono termini equivalenti?

No!

La ragione è presto detta.

Nel XVI secolo nacque un dibattito su quale dovesse essere la forma di volgare che dovesse sostituire il latino come lingua illustre: mentre si era tutti d’accordo che la base dovesse essere toscana, ci si chiedeva quale forma fosse la più rappresentativa.

Le correnti di pensiero erano tre:

  • Alcuni puntavano sulla lingua delle corti dell’Italia centrosettentrionale (un esempio ne viene dai libri di Baldassarre Castiglione, o dall’Orlando Innamorato di Boiardo);
  • Altri (come Machiavelli) puntavano al fiorentino moderno (cinquecentesco);
  • Alla fine prevalse la posizione del veneziano Pietro Bembo, che propose di rifarsi al modello fiorentino letterario (trecentesco), soprattutto di Boccaccio per la prosa e di Petrarca per la poesia.

Di conseguenza, l’italiano scritto fu modellato su questo fiorentino trecentesco “aureo”, mentre il fiorentino cinquecentesco “argenteo” continuò la sua evoluzione.

Anche gli ammodernamenti proposti da Manzoni (che per i Promessi Sposi volle adottare la lingua usata dai ceti colti toscani) non cambiarono molto la struttura della lingua italiana.

Infatti nell’italiano “standard” mancano molte delle evoluzioni presenti nel fiorentino moderno:

  • la gorgia (cioè la spirantizzazione delle p, t, c intervocaliche),
  • la riduzione del dittongo  (in italiano si dice uomo, nuovo, in fiorentino invece òmo, òvo),
  • lo “strascicamento” di c, g dolci (in fiorentino si dice bascio, crosce, sgènte).

Di conseguenza, si può dire che l’italiano ha conservato la pronuncia del fiorentino antico e ne ha espunto alcuni localismi: è una sorta di fiorentino “epurato” dalle caratteristiche più locali. Oggigiorno, soprattutto nella città di Firenze, i due registri linguistici sono molto compenetrati tra di loro: l’italiano standard risente molto del fiorentino, e il dialetto si è andato via via italianizzandosi.


Dialetti toscani: gli altri fratelli dell’italiano

Mentre l’italiano letterario (poi lingua nazionale) e il dialetto della città di Firenze e dintorni andavano avanti per la loro strada, come si parlava nel resto della Toscana?

Semplice: accanto alla lingua ufficiale e a quella del capoluogo, continuarono a fiorire e a svilupparsi le altre varianti toscane, dirette continuatrici locali del latino e strettamente connesse al fiorentino. Sarebbe un errore, infatti, pensare che in Toscana si parli ovunque come a Firenze!

Tra le diverse varianti, possiamo ricordare il massese, il lucchese, il pisano, il senese, il livornese, l’aretino.

Ovviamente i dialetti toscani (chiamati spesso “vernacoli”) si assomigliano tutti, e sono tutti imparentati col fiorentino, ma presentano ciascuno delle proprie caratteristiche, che spesso risultano “arcaiche” a chi non è originario della regione.

Per esempio, non tutti i dialetti toscani hanno la gorgia fiorentina; in altri casi, essa è estremizzata al punto da far quasi scomparire le consonanti interessate dal fenomeno (è il caso del livornese).

A seconda della zona, i diversi dialetti toscani possono poi risentire di influenze esterne: l’aretino ha molte affinità con l’umbro, mentre garfagnino, versiliese e massese presentano affinità con le parlate settentrionali.

Anche in questo caso, è necessario ricordare che l’influenza della lingua standard si fa sentire, e che dunque spesso le caratteristiche più locali sono state sostituite da altre più “fiorentine” o “italiane”. Di norma è più facile riscontrare parlate toscane più genuine nelle aree più rurali e dalle persone più anziane. Una sorte comune, quindi, a quella di altri “dialetti”.


Lingua corsa: il fratellastro dell’italiano

Nel novero dei dialetti toscani va inserito anche il corso, che nelle sue diverse sottovarianti è parlato in Corsica, nella Sardegna settentrionale (Sassari e Gallura) e, un tempo, a Caprera. In particolare, le varianti parlate in Corsica risentono profondamente dell’antico contatto con la Toscana (specialmente Pisa).

Il relativo isolamento dal modello fiorentino ha permesso la conservazione di alcuni tratti antichi, come la -u finale (che nell’area toscana è presente solo in alcune zone periferiche, per esempio attorno al Monte Amiata, nel Grossetano), o alcuni tratti grammaticali che possiamo riscontrare nel toscano antico e nelle parlate del Centrosud.

Tuttavia, nonostante l’indubbia parentela del corso con il toscano (e dunque l’italiano), esso è ritenuto da molti una lingua a sé.

Perché?

La ragione probabilmente è politica: per scoraggiare l’irredentismo italiano, le autorità francesi (in possesso dell’isola dal 1768) ridussero sempre più l’importanza della lingua italiana, togliendola dall’insegnamento scolastico in Corsica nel 1860. Il corso perse quindi la sua variante-guida, rimanendo in balia delle politiche centraliste francesi.

Quando la questione dell’autonomismo corso divenne di attualità, si preferì dare più importanza alla variante locale piuttosto che all’italiano: una scelta condivisa sia dagli autonomisti/indipendentisti, sia dalle autorità centrali francesi.

In questo modo, la questione linguistica rimase un fatto esclusivamente “interno”, e non un affare da discutere con l’Italia. Difatti, al giorno d’oggi, il corso è considerato una delle lingue regionali di Francia: il movimento linguistico corso combatte da anni una battaglia molto importante per la dignità della propria parlata.

Dal punto di vista linguistico, il corso attuale risente molto dell’influenza francese, sia nell’accento che nel lessico, che ha mutuato molte parole moderne dalla lingua ufficiale dello Stato.

Si nota molto bene nel video qui sotto, che ti consiglio di guardare.

Dialetti dell’Italia centrale: i cugini dell’italiano

Mentre al Nord e al Sud si parlano lingue diverse dall’italiano, e in Toscana una serie di dialetti strettamente legati a esso, cosa si parla nel resto dell’Italia centrale?

La questione non è di facile soluzione: ci troviamo di fronte a un continuum linguistico che non è propriamente toscano, ma che è difficile definire come una lingua a sé stante.

Per i linguisti questo gruppo dialettale è noto come Mediano.

Si tratta delle parlate delle Marche centrali (province di Ancona, Macerata, Fermo), dell’Umbria, dell’Abruzzo (zona dell’Aquila) e del Lazio (tranne la provincia di Frosinone e parte di quella di Latina). Terre con una storia diversa da quella toscana, ma comunque molto legate a essa, anche dal punto di vista geografico. Se da una parte divergono dal modello fiorentino e dell’italiano standard (per evoluzione fonetica, per morfologia, per lessico), dall’altra spesso non se ne differenziano molto di più di quel che fanno gli altri dialetti toscani e il corso.

La discussione è ancora aperta, dunque. Resta da rilevare che, similmente a quel che succede per molti dialetti toscani “rustici”, anche quelli dell’Italia centrale subiscono una fortissima influenza da parte dell’italiano: il che li rende spesso, anziché sistemi linguistici autonomi, una sorta di registro linguistico medio-basso della lingua nazionale.

Il caso più famoso è quello del romanesco, che gradualmente ha perso le sue caratteristiche più locali per diventare una variante cittadina dell’italiano.

Ad esempio, in questo divertente spezzone tratto dal film Fratelli d’Italia i personaggi parlano in italiano con accento romano o in dialetto romanesco? 

Italiani regionali: i figli dell’italiano

Finora abbiamo parlato di varianti che, sebbene imparentate o condizionate dall’italiano, ne sono contemporanee, più o meno allo stesso livello delle altre lingue d’Italia.

Tuttavia sappiamo che con l’affermazione dell’italiano come lingua nazionale nel corso del Novecento, sono nate nuove forme di italiano: i famosi “italiani regionali”.

Questi, ancora più delle altre varianti che ho elencato, possono essere definiti a tutti gli effetti “dialetti dell’italiano”: infatti ne sono varianti locali in tutto e per tutto, perché non sono altro che il modo in cui l’italiano si è adattato a seconda del territorio.

A seconda della zona, scontrandosi o sostituendo le lingue locali, l’italiano ha acquisito diverse coloriture, che lo rendono diverso dalle altre varianti parlate in Italia, pur mantenendo un’origine comune. Il che non è molto diverso da quel che succede con l’inglese di Londra e quello di New York, con il francese di Parigi e quello di Marsiglia, con il tedesco di Berlino e quello di Bolzano.

Generalmente si riconoscono cinque macrovarianti della lingua italiana:

  1. settentrionale,
  2. toscana,
  3. centrale,
  4. meridionale
  5. sarda

Le varietà di italiano regionale seguono un modello che richiama lontanamente la suddivisione linguistica delle lingue locali italiane. Ciò nonostante, l’italiano regionale è una cosa completamente distinta dalle lingue regionali.

Ognuno di questi dialetti dell’italiano (suddivisi poi in molte varianti locali) ha diverse caratteristiche per quello che riguarda la fonetica, la morfosintassi, il lessico. Un italofono di Milano, uno di Napoli e uno di Roma parlano la stessa lingua, ma con alcune differenze piuttosto riconoscibili per quel che riguarda la pronuncia, la cadenza, la grammatica, le parole utilizzate, i modi di dire.

Queste suddivisioni inoltre non sono rigide: in molti casi può succedere che dei dialetti dell’italiano condizionino la lingua standard e altre varietà. E allo stesso modo, l’italiano standard può gradualmente erodere alcune caratteristiche locali: in questo, molto dipende anche dalla volontà dei singoli parlanti, che possono voler “annacquare” il proprio accento, perché ritenuto volgare o rozzo.

Tra le varianti più particolari possiamo ricordare il romanesco (già citato più sopra) e l’italiano ticinese: raro caso di italiano usato fuori dall’Italia, è sostanzialmente una variante settentrionale simile a quella della vicina Lombardia, ma con diverse influenze (specie nel lessico specializzato e burocratico) delle altre lingue ufficiali della Confederazione Svizzera.


Ritratto di famiglia

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Da sinistra a destra vediamo:

– Mediano (detto anche Laziale-umbro-marchigiano), il cugino dell’Italiano
– Toscano, il fratello dell’Italiano
– l’Italiano con i suoi figli Italiani Regionali
– Fiorentino, fratello gemello dell’Italiano
– Corso, il fratellastro dell’Italiano


Per concludere

Da questa breve rassegna possiamo ricavare due considerazioni:

  1. Poiché molto spesso la dialettologia italiana ha unito nei suoi studi la ricerca linguistica e l’analisi sociologica, si è venuta a creare una grande confusione nel definire quelle parlate che non corrispondono all’italiano standard: e sotto la stessa categoria “dialetti” sono stati inserite lingue autonome come lombardo o siciliano, le varianti toscane e italiane centrali, gli italiani regionali. Eppure è chiaro che si tratta di cose molto diverse tra di loro. Nonostante questo, si è fatto molto poco negli anni per fare chiarezza su questo punto. In tempi recenti è stato proposto il distinguo tra “dialetti primari” (cioè le lingue italiane) e “dialetti secondari” (cioè i dialetti dell’italiano), è vero: ma è una distinzione che continua a definire “dialetti” anche quelli che non sono tali.
  2. Risulta chiaro che non è vero che l’italiano è un monolite, una lingua unica, come si sente spesso sostenere: come tutte le lingue del mondo, ha molte varianti diversificate, nel tempo e nello spazio. La lingua standard è solo una delle varianti dell’italiano: si può dire, con una fortunata espressione, che gli italiani in realtà sono “dialettofoni inconsapevoli” (M. Cortellazzo, M. Mioni, L’italiano regionale, 1984). Questa consapevolezza forse ci può aiutare a superare qualche pregiudizio sui “dialetti che non sono lingue perché sono pieni di varianti“.

http://patrimonilinguistici.it/

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